In una atmosfera vintage posticcia, le scene patinate di perbenismo americano, seguono la crescita del bambino/ragazzo/uomo/regista/Spielberg. Non c’è un capello fuori posto, non una sciatteria, tutto è a taglio diamante, persino la tristezza. Godibile in senso caramelloso, sdolcinato, irreale, celebrativo, narcisista, si va di finzione cinematografica candita servita sullo stecchino, a vedere il ragazzo che cresce, e cresce il suo cinema. Cresce il malessere servito al ragù, e noi siamo empatici, in questo film eterno, che non srotola che ovvietà salmistrate. 3/4 di film raccontano l’infedeltà coniugale della madre, di lunga durata, e giungono alle ansie, alle fragilità del protagonista. Sembrano tutti Big Jim di plastica scadente che non trovano la strada per il finale di un fotoromanzo rosa, viola, verde e blu, fino alla svolta verso una realtà più possibile e interessante, che naturalmente non ha spazio in questo film.
David Lynch ha accettato di interpretare John Ford, in un cameo finale, dietro compenso di “un sacchetto di Cheetos”, patatine di mais al formaggio celebri degli USA.
[“In una inquadratura se l’orizzonte è in alto, va bene. Se è in basso, va bene. Se è a metà è una merda”, John Ford – David Lynch]
