Un’opera delle più note, tecnicamente ed esteticamente di grande valore, espressione cinematografica di grande compiutezza, del ‘900. E’ una tragedia in cinque atti, secondo le leggi rigorose della composizione classica, con una percezione di unicum, all’esterno, e una struttura interna a spirale, nel senso di sezione aurea. E’ una crocana che colpisce come un dramma, nella poetica del “cine-pugno”, immagini traumatiche, al posto di “cine-occhio”; il volto della madre terrorizzata nella famosissima scena della scalinata, è un cine-pugno.
Il “montaggio delle attrazioni”, cioè scene di massimo tre secondi, disturbanti, montate insieme, crea smarrimento, ansia, non possibilità di percorrere la narrazione passivamente, dovere di ricomporre il filo storico, da pezzi, da tracce, e così dover associare idee, in modo attivo. Ampiamente presente il simbolismo.
«…nell’epica sequenza della scalinata, morti e feriti giacciono riversi sui gradini. L’inquadratura riprende volti umani cosparsi di sangue e inondati di lacrime. Subito dopo, riprende anche i cosacchi che sparano sulla folla, ma lo spettatore non vede che i loro stivali: non sono più uomini, ma stivali che calpestano volti umani. E tanto stupidi e infami essi ci appaiono che istintivamente lo spettatore si ribella. Ecco l’effetto metaforico del film.» [Béla Balàzs]

